Clima, risorse naturali e capitalismo: l'addio necessario alla crescita infinita
di Sara Manisera
Quando si parla di crisi climatica, raramente si parla del grande elefante nella stanza: il sistema economico. Eppure, il funzionamento del capitalismo stesso, basato sul primato della produzione e dell’accumulazione illimitata è intrinsecamente insostenibile, poiché rompe i «metabolismi della vita», scrive il filosofo giapponese Saitō Kōhei nel libro "Il capitale nell'antropocene" e condanna la società a un futuro senza prospettive.
Il quadro economico, culturale e politico del liberalismo e della crescita a tutti i costi è infatti caratterizzato dall’assenza di limiti e di una «cultura della sufficienza e della sobrietà»: tutto si basa solo sulla massimizzazione del profitto e dei fattori di produzione, in particolare lavoro, capitale e natura.
Ma la crescita infinita, pilastro del capitalismo e alimentata da consumismo e accumulazione, implica il saccheggio delle risorse naturali (acqua, suolo, minerali, foreste, etc) e la distruzione delle capacità rigenerative degli ecosistemi stessi. In questo senso, ogni discussione sulla crisi climatica è incompleta se non affronta la necessità di superare il paradigma capitalista.
Detto diversamente, l'economia che guida il mondo, l’immaginario ad essa associato e il modo in cui continuiamo a produrre – dall'energia al cibo, dai vestiti ai componenti elettronici – modificano il metabolismo tra "Uomo" e "Natura", sono causa della crisi climatica e degli eventi atmosferici estremi da essa intensificati e uccidono la vita: sorgenti e falde acquifere, suoli e foreste, specie animali e vegetali.
Scrive Jason W. Moore nel libro “Ecologia-mondo e crisi del capitalismo. La fine della natura a buon mercato”: «Il capitalismo non ha un regime ecologico, bensì è un regime ecologico: sfruttamento e creazione di valore non si danno sulla natura, ma attraverso di essa, cioè dentro i rapporti socio-naturali che emergono dall’articolazione variabile di capitale, potere e ambiente».
In altre parole, il regime di accumulazione del capitalismo ha trasformato la natura in oggetto esterno e l'ambiente è visto come una risorsa infinita e gratuita di materie prime, oppure discarica per rifiuti, altrettanto infinita. Le risorse naturali sono di fatto "esternalità" su cui scaricare tutti i costi di "produzione" oppure "oggetti estranei" di cui appropriarsene a buon mercato. Il capitalismo produce di fatto zone di sacrificio, specialmente nel cosiddetto “Sud globale” o nei margini. E questa è la condizione necessaria per il suo funzionamento e accumulazione.
La trasformazione della “Natura” in oggetto estraneo, in cui l’Uomo ne diventa padrone e dominatore è avvenuta attraverso la costruzione di immaginari e di regimi simbolici di natura sociale astratta. Di fatto, l’alienazione e la separazione tra “Uomo” e “Natura” sono il sistema operativo necessario affinché la natura possa essere sfruttata a buon mercato per il profitto. In questo modo il capitale può investire poco e ottenere molto attraverso l’appropriazione della natura come bene gratuito.
Nelle comunità indigene, pre-industriali e contadine, le risorse naturali erano gestite in modo comunitario. L’appropriazione delle terre di frontiera durante il “lungo colonialismo”, ieri come oggi, è stata la condizione indispensabile per le grandi ondate di accumulazione del capitale dall’Olanda del XVII secolo fino all’ascesa del neoliberalismo negli anni Settanta e Ottanta e ancora oggi con l'accaparramento di terre rare. Attraverso le enclosures, ovvero recinzioni, materie prime e natura, come carbone, petrolio, foreste e altre fonti di vita sono state conquistate, assoggettate a imperi, Stati-nazione, privati e multinazionali ed estratte così velocemente, senza dare il tempo alla natura di rigenerarsi.
Ma questa insaziabile domanda di natura a buon mercato si sta scontrando con un grande limite. Oggi, infatti, siamo in una fase storica di crisi del capitalismo perché il funzionamento del capitalismo stesso si basa sull’idea dell’accumulazione, crescita infinita e appropriazione senza fine della terra. Le risorse naturali, però, sono limitate e sempre più esaurite.
Abbiamo raggiunto il punto dello sviluppo del capitalismo nel quale l’espansione della produzione dei rifiuti minaccia la stabilità della biosfera e delle fonti di vita: l’acqua e l’energia a buon mercato stanno rapidamente scomparendo, così come suoli, foreste e terreni coltivabili e ogni frontiera delle merci è una frontiera di rifiuti da qualche altra parte.
Secondo un gruppo di esperti guidati dal professor Johan Rockström dello Stockholm Resilience Centre e Will Steffen dell’Australian National University, abbiamo superato sei dei nove limiti planetari (planetary boundaries) che regolano la stabilità del sistema Terra, e la capacità di garantire condizioni favorevoli alla vita. I limiti superati sono: cambiamento climatico, perdita di biodiversità, alterazione dei cicli di azoto e fosforo, cambiamento nell’uso del suolo, inquinamento chimico e nuove entità, e ciclo dell’acqua dolce.
Il capitalismo, essendo un regime ecologico, si sviluppa dentro e attraverso le forme di vita di specie e ambiente. Il sociologo statunitense Immanuel Wallerstein, nell’ambito della sua teoria del sistema-mondo, parla di esaurimento ecologico come una delle contraddizioni strutturali del capitalismo. Egli sostiene che il sistema economico globale si basa su un modello di accumulazione senza limiti che, nel lungo periodo, porta al deterioramento fisico delle nature umane e di quelle extra umane. Anche secondo Karl Marx, il capitalismo crea una «frattura irreparabile nel metabolismo sociale» e che l'unica soluzione è tornare a considerare la Terra un bene da gestire in comune, non assoggettandola al profitto ma alla cura. Marx descrive come il capitalismo abbia espropriato la terra dalle comunità contadine, trasformandola in proprietà privata e distruggendo le forme di uso comune. Afferma dunque che la terra non può essere proprietà privata perché è un bene essenziale per la riproduzione della società e delle future generazioni.
Oggi, quando si parla di crisi climatica bisogna assolutamente parlare di addio alla crescita infinita e al mito del prodotto interno lordo.
Già nel 1972, alcuni scienziati del MIT (Massachusetts Institute of Technology) su commissione del Club di Roma lanciarono l’allarme con “I limiti della crescita”, evidenziando il rischio di un collasso economico e ambientale se non si fossero adottate misure per limitare la crescita insostenibile. Altri economist*, filosof*, ricercatori e ricercatrici si sono uniti al movimento e cercano di costruire dei modelli economici e culturali che non si basano più sulla crescita infinita. L’economista statunitense Herman Daly sottolinea, ad esempio, che la crescita diventa antieconomica progressivamente perché gli impatti ambientali aumentano – inquinamento, perdita di biodiversità, estrazione di risorse – producendo più costi che benefici.
È necessario, pertanto, portare avanti un ragionamento e un nuovo immaginario sociale che abbandoni l’ossessione del PIL e della crescita. Scrive Olivier De Schutter, Relatore speciale sulla povertà estrema ed i diritti umani nel rapporto “Burn out economy”: «la credenza secondo la quale il progresso del PIL coincida con il miglioramento della vita delle persone è semplicemente falsa. Il termine “growthism”, ovvero ideologia della crescita, coniato dall’antropologo Jason Hickel, sta arricchendo le élites e uccidendo il pianeta. Questa ideologia si nutre di una devozione quasi religiosa».
Ci ritroviamo, dunque, di fronte alla sfida di riconsiderare le strutture di pensiero della modernità, mettendo al centro nuove parole come decrescita, bellezza, sobrietà, frugalità e nuovi indicatori come il benessere o la salute mentale. Bisogna riappropriarsi di un nuovo immaginario, ben diverso dalle rappresentazioni consumistiche di abbondanza e illimitatezza che alimentano l'immaginario della crescita.
Affrontare le sfide ecologiche in modo responsabile implica dunque rinunciare al dogma della crescita, all’ideologia e all’immaginario che lo sostengono. Se un disaccoppiamento si rivela necessario, deve avvenire tra l’immaginario della crescita e le nostre concezioni di ciò che può essere una vita buona. E per buona vita si intende la salute pubblica, il cibo buono e giusto, acqua, suoli e foreste sane. La "buona vita" non si misura attraverso l’accumulazione di beni, ma nella qualità delle relazioni, nell’armonia con la natura e nella riduzione dell’alienazione. Significa liberarsi dalla logica estrattivista e produttivista per riscoprire il valore del tempo libero, della cooperazione e della cura reciproca. È un modello che si oppone all’imperativo della crescita infinita, promuovendo invece economie locali sostenibili e comunità che mettano al centro il bene comune. Richiede un cambio di paradigma: meno consumo, più tempo per sé e per gli altri. In questo senso, è un atto politico di resistenza e di immaginazione, orientato verso il bene comune di tutte le forme di vita. Per farlo, è necessario dire addio all’insensata idea della crescita infinita.
Sara Manisera è una giornalista, autrice e documentarista indipendente. Ha lavorato a lungo in Iraq, Siria, Libano, nord Africa e Italia, occupandosi di conflitti ambientali, questioni di genere e filiere alimentari. È co-fondatrice di Fada Collective, Berta Fellow 2023 e co-regista de "La terra mi tiene".
Memini climatici

Bellissimo articolo su qualcosa su cui le persone spesso non pensano. Ci aveva già pensato la bio-economia e l’economia della ciambella, movimenti trattati alla stregua di belle utopie. L’introduzione del concetto di entropia nell’economia andrebbe approfondito. Un solo punto non mi trova d’accordo ed é l’accenno a Marx che nulla c’entra. Non capisco il fascino per un teorico le cui idee sono state totalmente smontate dalla ricerca. Tuttavia articolo di altissimo livello che meriterebbe sicuramente maggior diffusione e dibattito. Complimenti!
Parlare di capitalismo senza definire cosa si intende rischia sempre di essere un esercizio in futilità. Adottare un approccio malthusiano di limitatezza insuperabile delle risorse ha la garanzia di esserlo