Lodi, 11 luglio 2023: un operaio di 44 anni perde la vita mentre traccia la segnaletica stradale sotto un sole cocente, con temperature percepite intorno ai 40°. Firenze, 14 luglio 2023: Stefano Olmastroni, 61 anni, probabilmente a causa dell’eccessivo caldo, muore mentre lavora in un magazzino con temperature interne molto elevate. Latina, 16 agosto 2024: Dalvir Singh, bracciante di 54 anni, si accascia al suolo durante una “normale” giornata di lavoro, presumibilmente a causa della combinazione di un’intensa ondata di calore e le dure condizioni lavorative.
Queste morti non sono semplici fatalità né eventi isolati, ma segnali inequivocabili di una crisi climatica che investe ogni aspetto della vita collettiva e che incide sulle condizioni di vita di cittadini e cittadine. Le sue conseguenze, tuttavia, non colpiscono tutti allo stesso modo: a pagarne il prezzo più alto sono coloro che svolgono professioni esposte agli agenti atmosferici, spesso in settori poco regolamentati e caratterizzati da bassi salari, mentre le tutele restano insufficienti. È una nuova, drammatica, normalità che oggi ha bisogno di un continuo dialogo sociale tra le parti – sindacati, Stato, società civile e comunità accademica – al fine di ripensare il nostro modo di vivere. E lavorare, soprattutto.
Già nel 2009 la rivista medica The Lancet descriveva il cambiamento climatico come «la più grande minaccia alla salute globale del XXI secolo»: appare chiaro, di conseguenza, la necessità di inquadrare «la crisi climatica e naturale come un’unica e indivisibile emergenza sanitaria globale».
A distanza di 15 anni, sempre The Lancet ha sottolineato come: «Le persone di tutto il mondo stanno affrontando minacce senza precedenti al loro benessere, alla loro salute e alla loro sopravvivenza a causa del rapido cambiamento climatico». L’aumento sostanziale delle temperature, il moltiplicarsi delle probabilità di eventi estremi, il peggioramento della qualità dell’aria colpiscono in maniera sproporzionata fasce di popolazione maggiormente vulnerabili; in questa cornice già preoccupante, come dimostra la sociologa Claudia Narocki nel rapporto Heatwaves as an occupational hazard, «i rischi legati alle alte temperature sono maggiori per chi lavora».
Legandosi alle diseguaglianze socio-economiche di partenza, il caldo peggiora una situazione che vede una stratificazione della popolazione lavorativa lungo la catena del valore: sono i braccianti, gli edili, i riders, i lavoratori della logistica e quelli retribuiti in modo frammentario e intermittente a risultare i più esposti al rischio di disidratazione e sovraesposizione al calore.
Di fronte a queste criticità, il ruolo dei sindacati – in sinergia con gli altri attori sociali e con i policy makers – è quello di intervenire su più livelli per tutelare i lavoratori: non si tratta solo di difendere diritti preesistenti (e spesso svalutati o ignorati) ma, soprattutto, di ripensare il concetto stesso di “lavoro” in rapporto alle dimensioni della crisi climatica e della salute occupazionale.
Questa sfida impone prima di tutto uno sguardo alla dimensione comunitaria, perché la tutela dei lavoratori non può essere affrontata con soluzioni frammentate, ma richiede un quadro regolatorio comune.
A livello europeo, i sindacati trovano nella European Trade Union Confederation (ETUC) il loro principale strumento di rappresentanza e azione per difendere i diritti dei lavoratori e promuovere politiche a favore di migliori condizioni di lavoro. Attraverso il dialogo sociale e la contrattazione collettiva transnazionale, l’ETUC si impegna per fare pressione sull’UE affinché adotti normative vincolanti che proteggano i lavoratori, in particolare riguardo alle ondate di calore. L’organizzazione spinge per misure come la protezione contro il caldo estremo, pause retribuite, accesso all’acqua e modifiche degli orari di lavoro, cercando di garantire un quadro regolatorio comune e vincolante per tutti gli Stati membri.
Il suo operato si avvantaggia del supporto dell’ETUI (European Trade Union Institute), che fornisce analisi, studi e programmi di sviluppo per rafforzare l’azione sindacale in Europa. L’istituto svolge un ruolo chiave aiutando l’ETUC a individuare le soluzioni più efficaci per garantire salari dignitosi, sicurezza sul lavoro e condizioni migliori, soprattutto nei settori emergenti legati al cosiddetto Just Transition Mechanism (ricompreso nel Piano di investimenti del Green Deal), che mira a mitigare gli impatti sociali della transizione ecologica per tutti quei lavoratori più esposti alle possibili conseguenze negative della decarbonizzazione.
Il tardivo interesse italiano per il nesso tra crisi climatica e salute occupazionale ha influito sulla produzione di studi e ricerche che, per anni, è stata decisamente bassa se paragonata agli standard internazionali. Negli ultimi anni, comunque, la disponibilità di dati e di letteratura scientifica è in crescita e questo ha senza dubbio favorito l’avvio di un ripensamento del quadro normativo esistente, per proteggere la forza lavoro. Un primo esempio è del 2020: Worklimate, nato sulla scia del progetto europeo HEAT-SHIELD, è una collaborazione tra INAIL, CNR, ASL e altri enti, che è diventata il punto di riferimento per lo studio e la prevenzione degli impatti delle ondate di calore sui lavoratori. Il progetto ha portato alla creazione di una piattaforma per la previsione dello stress termico, e nel 2022 è stata sviluppata una nuova app per migliorare la valutazione del rischio da stress termico per datori di lavoro e RLS.
È del 2024, invece, il report Caldo estremo e salute e sicurezza sul lavoro: il ruolo del dialogo sociale, pubblicato a opera della Fondazione Di Vittorio, un lavoro cruciale per riportare al centro del dibattito non solo le preoccupazioni legate alla prevenzione ma l’esigenza di una visione strutturale e a lungo termine risultante dalla concertazione tra le parti sociali e, ancora più specificatamente, il tema del ruolo centrale dei sindacati. Il documento presenta infatti i risultati per il contesto italiano di AdaptHeat, progetto finanziato dalla Commissione Europea con l’intento di analizzare i rischi del caldo estremo in relazione al sistema di relazioni industriali.
In primo luogo, il sindacato in Italia si trova a operare su un tessuto molto frammentario: sono le Regioni, infatti, a disporre di un ampio grado di autonomia nell’organizzazione dei sistemi di prevenzione, nonostante il coordinamento del Comitato centrale. A questo primo (ma non unico) fattore, si collega l’attività delle ordinanze sindacali che vanno a rafforzare un quadro di “puntinismo” legislativo: essendo infatti esse soggette alla discrezione delle amministrazioni comunali, possono differire anche tra comuni limitrofi e non possono, dunque, costituire quindi un sistema omogeneo di protezione.
In ogni caso, negli ultimi anni l’Italia ha compiuto significativi progressi nella legislazione per la protezione della forza-lavoro dalle ondate di calore, grazie all’introduzione di misure normative e a iniziative attuate sia dal basso che dall'alto. In questa cornice, il sindacato ha un duplice compito: da una parte, insistere sulla contrattazione di livello territoriale, settoriale, aziendale tenendo conto delle specifiche di contesto; dall’altra, c’è bisogno di rafforzare il rapporto tra i sistemi di prevenzione e quelli di relazioni industriali. L’obiettivo è evitare la segmentazione delle tutele, con la consapevolezza che il rischio da stress termico si intreccia con altri fattori di vulnerabilità, come la precarietà lavorativa e il lavoro irregolare. È solo affrontando questi aspetti in modo integrato che si può garantire una protezione adeguata in grado di enucleare un principio di giustizia sociale davvero universale.
Silvia Gola lavora a cavallo tra editoria, giornalismo e comunicazione. È Consigliera di Acta - associazione di freelance, attivista di Redacta e solitamente si occupa di lavoro, letteratura, editoria e condizione femminile.
Memini climatici

Articolo come sempre molto interessante ma mi fa un po' amaramente sorridere il pensiero che la comunità accademica si occupi di questo argomento cruciale in maniera appunto accademica, e si parli di sindacati e RLS (certamente figure chiave) quando il mondo dell' agricoltura è tipicamente un mondo di lavoro nero se non caporalato, in tutta Italia.